giovedì 6 agosto 2026

6 agosto 81 anni dopo

 

Da diversi anni il 6 agosto è occasione per commemorare il bombardamento atomico di Hiroshima, il primo contro una città. In diverse città italiane e del mondo, nonostante siamo nel pieno dell'estate, si svolgono presidi.

Dopo l’approvazione del trattato ONU che mette al bando le armi nucleari, questo appuntamento ha acquisito una maggiore valenza, quella di rivendicare l’adesione dell’Italia con conseguente smantellamento delle basi atomiche presenti nel nostro Paese e piene di quei micidiali ordigni di morte.

Non posso però non rilevare come il contesto politico internazionale sia da quel 2017 cambiato notevolmente, in peggio.

Allora si riteneva il trattato una sorta di prosecuzione di quello di non proliferazione, certo osteggiato dalle potenze nucleari e dai loro alleati-sudditi, tra cui l’Italia sotto qualsivoglia governo (e dal 2017 si sono succedute tutte le possibili coalizioni), ma una via possibile forzata dai Paesi non possessori di armi atomiche, stufi di veder continuamente rinviato ogni passo verso un disarmo almeno progressivo.

Il trattato era fortemente sostenuto dal “popolo della pace”, ovunque sparso nel mondo, associazioni della società civile, riunitesi nell’ICAN, scienziati, uomini e donne di cultura; e venne salutato con un’immediata adesione anche formale dalla Chiesa guidata da papa Francesco (il Vaticano fu uno dei primi firmatari).

Oggi la situazione è radicalmente cambiata; le guerre a pezzi qua e là sparse per il globo nel 2017, sono aumentate, vedono il coinvolgimento diretto delle grandi potenze nucleari, con l’aperta minaccia di uso dell’arma che comunque è stata finora ritenuta un tabù, vedi Russia con Ucraina e Israele contro tutti.

È ripartita alla grande una corsa alle armi senza precedenti (lo storico prof. Alessandro Barbero ci ammonisce che un precedente c’è: sono gli anni immediatamente precedenti la Prima guerra mondiale.

Di disarmo continuiamo a parlarne noi in questa piazza, ma tutti parlano di riarmo, ed ormai si discute apertamente e senza remore di acquisizione dell’arma atomica da parte di nuovi Stati: Turchia, Arabia Saudita, Germania, Polonia, e, perché no, anche la nostra italietta.

L’assurdo è che la minaccia (del tutto fasulla sia ben chiaro) dell’istrionesco presidente degli USA di ritirare armi atomiche dall’Europa, invece di essere salutata da urla e cortei di giubilo, viene accolta con preoccupazione dalle classi politiche dirigenti di un’Europa che da elemento di pace si sta trasformando in fabbrica di e per la guerra.

Il cammino politico intrapreso non può non portare diritti alla terza guerra mondiale, non più a pezzi, e a quel punto l’uso di armi atomiche diventerebbe probabile.

Ma non sta scritto da nessuna parte che questo cammino sia ormai deciso ed immodificabile.

Come tutte le decisioni politiche può essere ribaltato, se noi da piccoli gruppi sparsi riuniti qua e là il 6 agosto, e non solo il 6 agosto, cresciamo e diventiamo marea, se riusciamo a svegliare il popolino e a renderlo cosciente che se non ci si ferma in tempo, tutti gli altri problemi, le bollette, il caro-vita, la sicurezza nelle strade, i diritti civili, non avranno più senso perché spariranno assieme ai loro protagonisti, se riusciamo finalmente ad incidere sulle forze politiche per poter premiare col voto quelle che si battono per il disarmo atomico, contro il riarmo e contro la guerra senza se e senza ma, ebbene possiamo ricreare un cammino di speranza.

A ogni forza politica vecchia e nuova occorre chiedere una parola chiara per la pace, contro il riarmo, per l’adesione al trattato TPAN.

Il dovere della memoria, che oggi pratichiamo, si deve accompagnare a quello del pensiero critico e dell’azione politica. In un’epoca in cui la minaccia nucleare torna a essere concreta, la riflessione filosofico-politica sull’esistenza in tempi apocalittici diventa più attuale che mai. Riflettere sul nucleare non ci offre certezze, ma ci obbliga a pensare, a sentire, a scegliere.

Ci chiede di non voltare lo sguardo, ma di guardare dritto nell’abisso, non per caderci dentro, ma per trovare, forse, un nuovo modo di essere umani.