mercoledì 25 marzo 2026

Commento al referendum

Un grosso sospiro di sollievo. Dal punto di vista elettorale è la prima buona notizia da almeno 10 anni a questa parte.

Giusta l’euforia, anche perché si è cercato fino all’ultimo di “gabellare” un vantaggio del Si ed un certo clima di rassegnazione si incominciava a diffondere. Passato il momento emotivo, ora occorre ragionare; procedo per punti:

1)    È la terza volta che una modifica sostanziale alla costituzione viene bocciata al referendum. Le volte precedenti furono il 2006 (Berlusconi) e il 2016 (Renzi). La cosiddetta Seconda Repubblica è stata attraversata da una smania di riforme costituzionali; in maniera condivisa non si è mai approdati a nulla, poi qualcuno ha cercato di forzare la mano, ma è stato regolarmente smentito dagli elettori. Mi chiedo quando la smetteranno. L’attuale classe politica è del tutto inadeguata; meglio lasciare la costituzione così come è, visto che ha garantito 80 anni di democrazia in un sostanziale equilibrio di poteri, che strabaltarla secondo improbabili ingegnerie costituzionali. E voglio sperare che questo chiaro No sia anche uno stop al premierato, modificato ancor più stravolgente l’assetto della nostra repubblica.

2)    Si è rotto il mito dell’invincibilità della Meloni; un mito che ha preso anche la sinistra, rassegnata a vedere la destra (non chiamiamolo centro-destra per favore) governare per i prossimi decenni, limitandosi ad una politica di resistenza da “salviamo il salvabile”. In realtà si è avuta conferma di ciò che già era evidente nel 2022; il governo Meloni è minoritario tra gli Italiani. Essa governa grazie alle divisioni in campo avverso e ad una legge elettorale che premia fin troppo chi maggioranza non è. Su un punto qualificante del proprio programma è stato smentito dagli elettori; è questa sconfitta è tanto più politicamente significativa in quanto l’affluenza alle urne è stata più alta di tutte le ultime tornate elettorali. Che questa maggioranza di No costituisca un’alternativa politica è però tutta un’altra musica.

3)    Gli elettori di centrosinistra sono quelli che ingrossano le file dell’astensionismo. Non si sentono rappresentati dalle forze politiche dell’opposizione, per cui molti di essi non vanno a votare. Chiamati su un caso concreto, a pronunciarsi su una legge, si muovono da casa e tornano a votare. Ci sarebbe da notare che quando la proposta è annacquata, si insegue un presunto centro, si vuol fare i primi della classe del liberismo, gli elettori di sinistra non si mobilitano, e le proposte politiche dei vari partiti di sinistra, o sedicenti tali, rimangono con poco seguito; quando, viceversa, si tratta di difendere la costituzione antifascista, il “popolo” si mobilita; se anche sui programmi sociali si tornasse a difendere lavoratori e sfruttati, forse si avrebbe una risposta più decisa, se si indicasse una politica di pace e di rispetto del diritto forse si otterrebbero più risultati che inseguendo il centro e la destra sul loro terreno, ma queste sono mie supposizioni.

4)    Per l’opposizione si apre una grande scommessa; trasformare la maggioranza di popolo che rifiuta la politica del governo di destra in maggioranza politica che si candida a governare il Paese, per cambiarlo, certamente, ma da sinistra, che sia riformista, ma nel senso di riforme che aiutino ad uscire dal liberismo capitalista, non controriforme che cancellino ciò che di buono  80 anni di dialettica sociale e democratica erano riuscite a conquistare. Vorrei vedere gli attuali PD, M5S, AVS aprire una fase di dibattito per elaborare un programma di governo, coinvolgendo una società civile ricca, creativa, attiva. Se questa sarà la strada un ribaltone alle prossime elezioni sarà possibilissimo. Purtroppo, vedo che si è ripreso a parlare di candidature, primarie, federatori improbabili, ecc. Se è così, cara Giorgia, puoi dormire sonni tranquilli.

Corollario: i cosiddetti riformisti non contano nulla; i Calenda, Renzi ed i vari centristi del PD che si sono spesi per il Si non hanno minimamente influito sul risultato. Basta inseguirli, vadano nella loro casa naturale, il centrodestra, e il centrosinistra pensi a fare una proposta chiara, comprensibile, popolare, di sinistra

 

Commento al Vangelo della IV di Quaresima (guarigione del cieco nato)

 

Nel vangelo di domenica 15 marzo, IV di Quaresima si narra la guarigione del cieco nato (Gv 9,1-41).

Mi hanno colpito 2 momenti. Alla fine dopo lunghe discussioni e numerose provocazioni degli scribi, il cieco non sapendo cosa dire risponde: “non capisco quello che voi mi chiedete, ma una cosa so: ero cieco ed ora ci vedo”

E’ il richiamo all’evidenza dei fatti, di contro alle speculazioni teologiche e filosofiche; guardate, io vedo, prima non vedevo; è un miracolo, un fatto soprannaturale, come Dio può essersi interessato a me, solo a me? Chi è Gesù? Il figlio di Dio, un profeta, un impostore? Io non riesco a sostenere la vostra discussione, dialetticamente l’avete vinta voi, ma un fatto è incontrovertibile; prima non vedevo, adesso vedo. E’ la semplicità della fede, che forse abbiamo riempito di troppi significati filosofici; spesso vogliamo ingabbiare Nostro Signore in un discorso razionale, fatto di ragionamenti, dimenticandoci che la nostra ricerca, anche quando è pura, scevra da secondi fini, è pur sempre un processo umano che mai riuscirà a comprendere tutta la ricchezza del divino. L’incontro con Gesù cambia; e questo è un fatto.

Il secondo episodio è la disarmante semplicità con cui l’ex-cieco si mette alla sequela di Gesù; chi è il Figlio dell’uomo? Quello che mi ha ridato la vista? Bene, allora io credo in lui. Anche qui non sono le speculazioni filosofiche, le sottigliezze provenienti dall’esegesi, il ragionamento colto. Gesù mi ha cambiato la vita, questo mi basta; forse l’ex-cieco ha continuato a non capire cosa volesse dire il Figlio dell’uomo, ma quello che mi ha guarito, che ha trasformato radicalmente la mia vita, in Lui io credo.

Forse è questo che significa che la Parola è stata data ai poveri, e per capirla occorre tornare bambini.

Lo dico io, che sono uno che spacca il capello in 4, ma proprio per questo mi colpisce questo episodio

lunedì 5 gennaio 2026

Venezuela aggredito dagli Stati Uniti

 

La speranza che il 2026 potesse essere meglio del 2025 è durata poco più di 24 ore.

Trump ci ha subito risvegliati alla realtà di un mondo ormai in disfacimento.

Senza nessuna ragione reale, senza neanche la finzione di cercare un appiglio, pur inventato, ha lanciato l’esercito più potente del mondo contro il Venezuela, stato indipendente, rapendone il presidente e la moglie (i familiari van tutti puniti).

Una grossolana violazione del diritto internazionale, uno sfregio alle Nazioni Unite, un avvertimento ai competitor, una minaccia a chiunque, singolo o popolo intero, si rifiuti di assoggettarsi ai suoi diktat.

Non ho nessuna simpatia per Maduro, un dittatore prepotente, e non considero il suo regime un modello né di democrazia, né di esperienza sociale; ma non c’è ragione che possa neanche lontanamente giustificare l’aggressione, anzi, chiamiamola con il suo nome, la guerra, scatenata dagli USA, per ragioni che nulla hanno a che vedere con la libertà e la democrazia, ma molto con l’accaparramento delle immense risorse petrolifere venezuelane.

Una volta espressa tutta la propria indignazione, manifestata pubblicamente attraverso presidi, comunicati, appelli, come nonviolenti dobbiamo cercare di capire, addentrarci in una analisi più dettagliata.

L’indignazione e la rabbia van bene coma molla per agire, ma poi devono lasciare il posto alla razionalità.

Provo dunque a mettere insieme alcuni spunti a partire da 3 contesti diversi.

Un contesto geopolitico globale: siamo in presenza dell’attuazione di quella spartizione del mondo tra imperi, che costituisce il nocciolo della nuova politica estera statunitense. L’Ucraina alla Russia, l’intero continente americano agli Stati Uniti, e magari si lascia qualche spazio alla Cina. Se le cose stanno così aspettiamoci presto l’invasione di Taiwan. Si tratta del passaggio anche formale ad un mondo visto come territorio da spartire tra grandi imperi, chi ha le carte, e questo sostituisce ogni forma di organizzazione internazionale basata sul diritto. E i popoli? Destinati ad essere sudditi!

Un contesto economico: se qualcuno avesse avuto dei dubbi sulle motivazioni dell’aggressione USA, Trump nella conferenza stampa dell’altro giorno, li ha del tutto sciolti: mettere le mani sulle più grandi riserve petrolifere mondiali. Che il capitalismo fosse predatorio lo sapevamo già, ma ora ogni velo cade; Trump è un mercante che quando vuole fare affari li fa; minacce, scorrette azioni economiche, e, se tutto questo non basta, si passa alle guerre commerciali e poi a quelle militari. Una regressione dal capitalismo liberale che bene o male si era imposto nel dopoguerra, alla predazione pura e semplice.

Un contesto politico-ideologico: la destra non solo statunitense, non vede l’ora di eliminare ogni forma che richiami quel fenomeno che da sempre combatte: il socialismo. Lo chavismo bolivariano, in particolare la sua forma degenerata madurista, ben poco ha a che fare con gli ideali del socialismo, ma ne è pur sempre una emanazione, e occorre eliminarlo. Prossimi obbiettivi dichiarati: Cuba, Colombia, immagino Brasile se non bastassero le elezioni e la loro manipolazione.

Mi chiedo se tutti quelli che fino a ieri han sostenuto l’aspetto “pacifista” di Trump abbiano finalmente capito la natura dell’uomo e del trumpismo, che di pacifico non hanno nulla, sono una ideologia prepotente che crede nella forza che nessuna resistenza potrà ostacolare, e nella capacità del denaro di corrompere chiunque.

Purtroppo al momento sembrano avere ragione.

Non vedo una vera resistenza operante in Venezuela. Spero di dovermi ricredere a breve ed auspico che questa resistenza si affidi all’unica metodologia in grado di contrastare la soverchiante forza militare: la nonviolenza.

mercoledì 29 ottobre 2025

Dalla Flotilla all’Arca: testo del mio intervento

 


Non finiremo mai di ringraziare abbastanza i protagonisti delle flotille, che con coraggio, mettendo in gioco se stessi, le proprie persone, i propri corpi, hanno scritto un pezzo di storia, hanno sfidato l’arroganza e la prepotenza degli aggressori, mettendo in crisi non solo questi ultimi, ma anche i loro troppo numerosi sostenitori.

No, non sto esagerando, è un pezzo di storia! Di storia della nonviolenza, dell’azione nonviolenta, da aggiungere ai tanti casi che ne dimostrano l’efficacia.

Da circa 50 anni studio, mi attivo, mi impegno per la nonviolenza; spesso ho tenuto seminari e incontri di formazione su cosa è, sulle caratteristiche di una azione nonviolenta. Ebbene, questa della flotilla è un caso da manuale.

Un fine immediato: portare aiuti umanitari, cibo, medicine, generi di prima necessità, nulla che potesse essere usato come arma; un fine più generale: rompere il blocco, mettere in evidenza l’illegalità, l’ingiustizia di un assedio che dura da anni, dal 2009, 16 anni prima del 7 ottobre 2023.

Forzarlo con una “marcia di mare” nonviolenta, da persone addestratesi prima. Farlo senza sotterfugi, dando comunicazione a tutto il mondo permettendone le verifiche, alla luce del sole; altri hanno agito nelle tenebre, con le aggressioni “anonime” prima, gli abbordaggi di notte dopo, i maltrattamenti nel chiuso delle loro prigioni.

E il tutto portandosi dietro giornalisti, fotografi che tutto il mondo possa vedere. E fa specie vedere queste piccole barche a vela, affrontate dai più moderni mezzi militari, gli attivisti disarmati, seduti, con i soli giubbotti salvagente di fronte ai militari che sembravano robocop, perdendo anche visivamente la forma umana.

E il mondo ha visto, e si è sollevato, suscitando una ondata di manifestazioni, pacifiche e senza violenze, nonostante gli sforzi della propaganda di andare a cercare l’incidente, lo striscione sbagliato (fischiato e fatto riarrotolare dai manifestanti).

Questo movimento ha avuto un’influenza determinante (lo ammettono molti analisti geopolitici, non solo noi nonviolenti) nel raggiungere quel finto accordo di tregua, che se anche viene quotidianamente violata, almeno ha fermato il massacro in corso.

E va sottolineato, anche agli amici palestinesi esasperati, che l’azione nonviolenta della flotilla ha fatto per la causa palestinese più di tante azioni armate, che ad oggi hanno solo peggiorato la situazione di quel popolo.

Occorre sostenere queste azioni, far sì che possano essere efficaci; dovrebbero rendersene conto istituzioni e governi e tutti quelli che parlano, spesso a vanvera, di pace; questo è il modo migliore per combattere violenza e terrorismo e favorire un clima di pace.

Soltanto attraverso azioni di questo genere sarà possibile ottenere consenso anche tra gli israeliani, e molti, anche se minoritari lo hanno già mostrato; di questo consenso ce ne è un grande bisogno perché è chiaro che qualsiasi via di pace e riconciliazione non sarà percorribile fintanto che Netanyahu e i suoi partiti saranno al governo, e Hamas potrà essere accreditata come unica rappresentante dei Palestinesi. I “signori della guerra” si sostengono a vicenda, mentre i popoli si massacrano!

Il tema centrale resta quello del futuro di quella terra martoriata.

Senza una riconciliazione tra i 2 popoli (in realtà ne esistono più di 2, per di più divisi tra loro) non ci sarà pace.

E nessuna soluzione - 2 stati, 1 stato laico solo, confederazione quant’altro - funzionerà mai senza un processo di riconciliazione.

Oggi può sembrare un’utopia; anche quando si facevano le campagne contro l’apartheid in Sudafrica si temeva il caos e le vendette che sarebbero seguite, e i più dicevano impossibile una convivenza pacifica, eppure la riconciliazione c’è stata, pur tra difficoltà.

E che dire della nostra storia europea, per secoli le rivalità europee hanno insanguinato l’Europa, scatenando 2 guerre mondiali, una peggiore dell’altra, e dopo i massacri della seconda chi avrebbe potuto frenare le vendette? Oggi nulla è più lontano dalla realtà che una guerra intereuropea, per ora (e speriamo per sempre!).

Il problema è che occorrono leadership che ci credano; soprattutto occorre un’operazione di riconciliazione dal basso, in cui le vittime riconoscano reciprocamente il dolore altrui.

Esistono associazioni in Israele/Palestina, comunità gruppi che per quello operano: Combatants for peace, Parents circle, Nevè Shalom, Women wage peace, e tante altre.[1]

Nostro compito è valorizzare queste esperienze, sostenere queste associazioni, farle conoscere, raccontare le loro storie, coinvolgere in quest’opera di riconciliazione i membri della diaspora palestinese ed ebraica da noi presenti.

Noi crediamo, ed io in particolare che faccio parte di una associazione sostanzialmente interreligiosa, il MIR, che ha fatto della ricerca della nonviolenza nella propria tradizione religiosa il suo scopo principale, nata proprio all’inizio del primo conflitto mondiale per riconciliare i popoli che si volevano nemici, noi crediamo appunto, che le religioni che spesso vengono prese a pretesto per giustificare l’odio, la violenza, la guerra, contengano in sé un messaggio di amore e di pace, che può e che deve diventare la base di una storia diversa.

E se umanamente e razionalmente ci viene detto che è impossibile, beh, stavolta lo diciamo noi, certi di essere nel giusto, che Dio, comunque lo si chiami, ci darà una mano.