domenica 16 marzo 2025

Desarm Europe


Ieri 15 marzo c'erano molte brave persone in piazza del Popolo convinte che l'Europa o è di pace o non è e che armarla fino ai denti sia la strada sbagliata, e c'erano molte brave persone in piazza Barberini, convinte che fermare il folle piano rearm Europe sia la priorità da affermare con chiarezza.
Da oggi 16 marzo il movimento per la pace ha il dovere di mettere insieme tutte queste brave persone e quelle che sono rimaste a casa incerte su quale fosse la scelta migliore, in una grande campagna desarm Europe, per fermare il piano di riarmo e ribaltarlo in un piano di disarmo per tutta l'Europa dall'Atlantico agli Urali tramite accordo per la sicurezza europea Russia compresa, che garantisca a tutti i popoli la possibilità di scegliere il proprio futuro senza minacce e ci liberi dalle armi atomiche.
Utopia? Iniziamo a costruire questa grande campagna 
E soprattutto smettiamo di insultarci e scomunicarci a vicenda: è il più grande regalo che facciamo al complesso militare politico industriale !

mercoledì 26 febbraio 2025

La spartizione

 

Dopo 3 anni dall’invasione russa siamo vicini alla conclusione?
Stati Uniti e Russia hanno ripreso a parlarsi; aldilà di questo non c’è nulla di chiaro. Prima di salutare la tregua voglio vederla sul campo; per ora la guerra continua, continuano i bombardamenti coi droni, continua a morire un sacco di gente.
Quando le armi tacciono è sempre una buona notizia: se non altro vengono risparmiate delle vite.
Ma possiamo parlare di pace? La situazione che si profila può dirsi soddisfacente? Le aspirazioni che noi pacifisti perseguiamo da 3 anni sono state raggiunte, almeno in parte? NO!
Se è vero che una pace ingiusta è preferibile ad una guerra “giusta” (in realtà non esistono guerre giuste, al massimo “giustificabili”), occorre fare attenzione che le paci “ingiuste” non siano foriere di guerre ancor peggiori.
Stiamo assistendo ad un cambiamento traumatico della situazione mondiale. Gli Stati Uniti, la cui politica espansiva della Nato verso est è stata concausa della guerra in Ucraina, ora hanno mutato completamente strategia; vogliono togliersi da una guerra che non gli interessa più; forse per prepararsi ad un’altra guerra, quella con la Cina. Hanno deciso che la Russia di Putin può essere loro amica.
Quello che si sta configurando, non è un tentativo di pace che veda protagonisti tutti gli attori coinvolti, tra cui certamente ci sono l’Ucraina e l’Europa, ma un accordo tra 2 autocrati che vogliono spartirsi il mondo, nel più totale disprezzo dei diritti e dei bisogni dei popoli, tutti ugualmente sudditi. Non vengono fermati i signori della guerra; anzi, vengono premiati, a cominciare dallo zar che ha scatenato questa guerra in grande stile.
Non capisco la malcelata soddisfazione di alcuni opinionisti che si dichiarano pacifisti, per la sconfitta dell’Ucraina: la vittoria di Putin, una vittoria parziale, i cui costi, in vite umane ed in disagi economici, li ha pagati il popolo russo, non è in ogni caso una buona notizia! Non lo è per noi pacifisti, non lo è per tutti i democratici, non lo è per chi in Russia si oppone con coraggio ad un regime mafioso, più simile ai tempi più bui dello zarismo che a quelli della dittatura stalinista, non lo è per tutti quei giovani che in questi 3 anni si sono rifiutati di combattere una guerra ingiusta, né per i nostri amici obbiettori, che abbiamo avuto modo di conoscere (e sostenere) in questi anni, sia russi che bielorussi che ucraini.
E la conseguenza sarà un'Europa che si sente abbandonata e, presa dal panico, rafforza la convinzione che deve pensare alla sua politica imperiale di sicurezza (più che di difesa) e dunque aumenterà spese militari con l'intento di creare una potenza sostituibile a quella americana.
E Putin? si accontenterà? o non vorrà domani prendersi tutta l'Ucraina, suscitando la reazione europea? Ecco che si prepara il miscuglio esplosivo di prossime guerre.
Paradossalmente è la destra che sembra la più pacifista, ma non disdegnerà eserciti più potenti; essi non combattono Putin perché lo sentono ideologicamente vicino; una destra reazionaria, che fa del sovranismo, del nazionalismo il cemento dei propri popoli, con un uso sacrilego della religione a giustificazione delle loro malefatte, mentre è refrattaria alla democrazia,: Putin, Trump, Netanyahu, AFD, Le Pen, Meloni sono esponenti, ognuno con caratteristiche sue proprie, certo, alcuni più moderatamente altri in forme più estreme, di uno stesso fenomeno ideologico-culturale.
Di fronte abbiamo quello che è stato definito il “mainstream”, una classe politica che si dice liberaldemocratica, ma è in adorazione del liberismo, che si vanta di essere progressista. Entrambi credono solo nella forza militare.
Ciò che manca è un movimento popolare che faccia di giustizia eguaglianza libertà e salvaguardia dell'ambiente la sua missione, della pace la precondizione e della nonviolenza il metodo; un movimento che vada da Lisbona agli Urali, da Capo nord a Lampedusa.
Provare a costruire un tale movimento, dargli una visione, quell’utopia che scalda i cuori e dà forza per fare poi passi avanti è il compito che ci sta di fronte. Realizzare un grande sforzo unitario, superare le frammentazioni, evitare personalismi e atteggiamenti di chiusura, scoprire il meglio in tutte le componenti sia lo sforzo prioritario dei prossimi giorni e mesi.
A cominciare dal far sentire la nostra voce contro la guerra innanzitutto, la sua preparazione, ma anche per una pace giusta, che non sia la spartizione tra grandi, che è solo la preparazione di guerre più terribili nel futuro.
Diciamo forte e chiaro che l’accordo che si sta profilando tra Trump, Putin, Netanyahu, Bin Salman (un golpista, 2 ricercati per crimini di guerra, un assassino di giornalisti) non è la pace che cercavamo. Continueremo a lottare per una vera pace in Ucraina ed in Palestina, che rispetti gli ucraini ed i palestinesi oltre che tutti gli altri popoli.

sabato 28 dicembre 2024

Natale 2024: riflessione davanti al Presepio

 

Natale: festa ormai universale, di tanti significati diversi.

Il primo è quello dell’incarnazione, il Dio che si fa uomo, iniziando da minuscolo e fragile bambino. E’ il significato originale: l’inizio di una grande storia d’amore, che inizia con il gesto d’amore di Maria, di Giuseppe, ma è l’amore di Dio per gli uomini: Egli si fa come noi, un bambino, completamente dipendente, dalla mamma, che lo accetta, lo nutre, per lui è disposta a sacrificarsi, della gente che gli sta attorno; e Gesù sceglie la condizione di povero, nasce in una stalla, rifiutato sin dall’inizio, e sin dall’inizio costretto a fuggire perché qualche satrapo potente vede in Lui un pericolo per il suo potere. Egli fa tenerezza, ci commuove, in esso moltitudini di poveracci, materiali e morali, si sono riconosciuti. Da questo originano anche gli altri significati.

E’ la festa della gioia, della speranza; ogni bambino è un segno della vita che rinasce, che caccia la caducità e la morte, la luce che irrompe nelle tenebre. E’ un significato che va aldilà del messaggio più propriamente cristiano.

E’ la festa della famiglia. A Natale tante famiglie disperse si riuniscono; il detto a Natale siamo tutti più buoni induce a mettere da parte rancori e dissapori, a ritrovarsi, a festeggiare una unità di cui tutti sentiamo il bisogno, anche chi irride o semplicemente fa spallucce a questo sentimento “buonista”.

E’ la festa della pace, perché quello stesso sentimento di bontà di desiderio di unione ci riporta alla consapevolezza che solo nella pace si può costruire, la vita può rinascere e migliorare; l’odio, l’a distruzione, le armi così tanto oggi esaltate non fanno parte del Natale; e questo significato pervade tutti gli uomini, cristiani, religiosi, atei, agnostici.

E’ la festa dei bambini, che in ricordo di quel Bambino sono i protagonisti, i festeggiati, anche se non sempre gli si da quello di cui avrebbero bisogno più dei regali: la sensazione di essere amati, dalle persone care innanzitutto (ma quanti bambini nel mondo non possono vivere questa sensazione), ma da Gesù, da Dio.

Infine, è la grande festa dei consumi, una festa nata con Babbo Natale, creazione di una fortunatissima campagna pubblicitaria della Coca-Cola di circa 1 secolo fa.

Nulla di male in questo aspetto commerciale, è comunque un modo per far festa, con la coda di pranzi, cenoni e gozzoviglie varie.

Il guaio è che questo ultimo aspetto ha finito per prevalere sugli altri, ormai a nascondere gli altri, per cui Babbo Natale soppianta e caccia via Gesù.

Ho elencato i vari aspetti del Natale in ordine di imporatnza, un ordine che oggi è completamente ribaltato.

Eppure se cade l’aspetto originale, quello che Natale è la festa di Gesù, gli altri rischiano di cadere ad uno ad uno; vanno avanti per un po', come spinti da una forza inerziale, ma poi son destinati a perdersi: la gioia scompare e rimangono i problemi di tutti i giorni, le famiglie molte sfasciate si ritrovano sempre meno, separatamente, la pace non si celebra più, una volta si facevano le tregue di Natale anche durante le guerre più feroci, oggi, per carità, parlare di pace è divisivo, fuorviante; rimane quello commerciale.

No, non accettiamo questa deriva, fermiamoci anche solo un attimo a meditare su questo grande mistero del Natale, stupiamoci, se non a Dio che si fa uomo, ad un bimbo che porterà un messaggio di pace e di speranza. Raccontiamo ai nostri bimbi la bella storia d’amore del Natale di 2000 anni fa, non lasciamoli nell’ignoranza, e tutti lasciamoci stupire dal Presepio, anche quello figurato che in alcune case facciamo: non è un gesto divisivo, davanti ad esso possiamo unirci e sentire il calore della vita, e stupirci.

Buon Natale a tutti, un Natale di pace e di gioia

sabato 23 novembre 2024

Nonviolenza o Barbarie

Il 22, 23 novembre scorsi la terza marcia mondiale per la pace e la nonviolenza ha fatto tappa in Piemonte, a Torino e Ivrea.

La marcia, la cui prima edizione si è svolta nel 2009, si prefigge di “creare coscienza, valorizzare le azioni positive, dare voce alle nuove generazioni e alla cultura della nonviolenza”. Attraverso l’organizzazione di varie iniziative, manifestazioni, conferenze, è di stimolo ad approfondire le ragioni della crisi attuale e cercare soluzioni per uscirne.

Ed è quello che mi provo a fare con questo scritto.  

La seconda edizione, nel 2020, fu interrotta dalla pandemia; il capitalismo tecnocratico che, intriso della mentalità positivista, si riteneva invincibile, veniva sconvolto da un semplice virus.

Fu uno choc, ma per un momento sembrava anche indurre un positivo ripensamento, facendo prendere coscienza di quali fossero i veri pericoli per la sicurezza, e, soprattutto, rendendo evidente che solo una umanità solidale e cooperante poteva affrontare nemici del genere.

Che le spese sanitarie fossero più importanti di quelle militari è stata una breve speranza.

Appena usciti dalla pandemia, l’invasione criminale dell’Ucraina ci ha riprecipitato nell’incubo della guerra.

Papa Francesco aveva parlato già anni prima di una guerra mondiale a pezzi: diversi conflitti armati, più di 50, erano in corso da tempo, alcuni di questi con centinaia di migliaia di morti.

Con il febbraio 2022 si apriva, per la prima volta dal 1945, un confronto diretto tra le due superpotenze militari, dotate di un arsenale nucleare in grado di distruggere il mondo più volte.

E non c’è alcun dubbio che gli ucraini, che, non scordiamolo mai, hanno ragioni da vendere ad opporsi a quella che, comunque sia stata provocata, è un’aggressione ad un Paese libero ed indipendente, che solo nella concezione geopolitica che vede gli imperi confrontarsi tra loro, può considerarsi come territorio di influenza russo, gli ucraini, dicevo, sono le truppe che combattono per conto dell’Occidente, e del suo Paese guida ed imperiale una guerra per l’egemonia contro la Russia.

Da quel momento i vari pezzi si stanno ricompattando, risucchiando, come un buco nero gravitazionale, tutte le potenze, piccole e grandi, verso lo scontro globale.

Anche il conflitto tra Palestinesi e Israeliani, che va avanti da più di 70 anni, e che ha raggiunto un livello di violenza mai visto, sta rientrando nello scontro globale. Uno scontro che vede l’Occidente contro Resto del mondo; e Israele è l’avamposto dell’Occidente; e questa è la ragione per cui, magari storcendo il naso, a Netanyahu tutto è permesso, anche di procedere ad una vera “pulizia etnica” tramite un massacro che risolva una volta per tutte la questione palestinese, in spregio plateale al diritto internazionale.

L’Europa si sta gettando in una folle corsa agli armamenti che ricorda sinistramente la situazione dei primi del Novecento, mentre la deterrenza, come allora, non funziona più.

Da tutte le parti, in tutti i conflitti, tutti gli attori sembrano credere unicamente alla forza militare.

Le voci di pace vengono isolate, sommerse di improperi, tacciate di “intelligenza con il nemico”, mentre economia, cultura, scienza, persino lo sport, vengono piegate alle necessità della prossima guerra.

In un mondo siffatto, proporre la nonviolenza come stile della politica può apparire estremamente ingenuo, una follia da anime belle.

Certo, oggi una politica nonviolenta è più difficile e più lontana di quanto non lo fosse 14 anni fa, ai tempi della prima marcia, e ben più dell’89, quando con la caduta del muro per opera di più lotte e resistenze nonviolente, sembrava schiudersi un mondo dove la guerra venisse finalmente bandita dalla storia.

Ma proprio oggi risulta più chiaro che mai che ci troviamo di fronte ad una scelta netta: nonviolenza o barbarie, parafrasando la Rosa Luxemburg socialista e pacifista del 1914.

La prosecuzione di una politica basata sulla potenza, sulla forza militare, sulla geopolitica imperiale non può che portare ad una guerra globale di tutti contro tutti, al termine della quale ci sarà l’uso delle armi nucleari. L’ennesimo, sempre più minaccioso scambio di minacce nucleari tra Putin e l’Occidente lo dimostra una volta di più.

Ma in che modo si può intraprendere un cambiamento?

Occorre provare ad elaborare una strategia di passi per invertire la rotta, che possa poi diventare programma politico; denunciare i pericoli, proclamare la necessità della pace, è importante, ma non è sufficiente; le idee possono andare avanti se si individua una alternativa credibile ed i passi per arrivarci. Provo ad individuare a grandi linee questi passi

Il primo è un cessate il fuoco generalizzato, su tutti i fronti. E’ la precondizione per tutti gli altri; non è la pace, men che meno la pace giusta, ma continuando a combattere, a uccidere, a distruggere, si chiudono tutte le vie di trattativa, si favoriscono le pulsioni di vendetta, si rende più difficile qualsiasi soluzione, avviandosi in una continua escalation. Non si devono porre condizioni se non quella di smettere di sparare, a Kiev, a Gaza, ovunque.

Il secondo passo sarà la ricerca di soluzioni diplomatiche che possano realizzare una pace più giusta e concordata che punti a risolvere le ragioni di fondo che hanno portato a questi conflitti.

Difficilissimo da realizzarsi, ma va privilegiata la strada della trattativa, e le trattative si fanno con gli avversari, con quelli che hanno provocato il conflitto, stringendo mani sporche di sangue; lo sforzo va fatto, con la coscienza che ogni compromesso è migliorabile, ma la guerra è sempre la (non)soluzione peggiore.

Il terzo passo, contemporaneo al precedente, è la rivitalizzazione di quegli istituti internazionali, a cominciare dall’ONU, ma anche la CSCE, creati apposta per prevenire il degenerare dei conflitti in guerre.

Quarto: accordi di disarmo generalizzato concordato e verificabile. Il dannato 2022 si era aperto con un appello di premi Nobel, filosofi, politici, uomini e donne di cultura per un taglio delle spese militari generalizzato ed uguale, il 2%: paradossalmente la risposta è stata l’invasione dell’Ucraina, ma va ripreso. E il primo disarmo da riprendere è quello delle armi nucleari. C’è un trattato ONU che le mette al bando, ma si possono trovare passi intermedi, il ripristino dei trattati degli anni’90 (INF, START) oggi stracciati, un accordo sul no first use.

Tutto ciò va accompagnato da una diffusione del metodo della resistenza nonviolenta, della lotta nonviolenta.

L’espansione dell’educazione alla nonviolenza intesa soprattutto come studio analisi, ricerca sui metodi per risolvere i conflitti internazionali e sociali, nel passato nel presente e nel futuro.

Solo in un mondo senza guerre si può pensare di ottenere maggiore libertà, redistribuzione equa delle risorse, rispetto della natura, affrontare il problema dei cambiamenti climatici, superare le discriminazioni, realizzare una maggiore cooperazione nella cultura, nella scienza, nell’economia.

E’ questa una pace giusta, non il disegno di confini, del tutto innaturali, tra Stati sovrani, che in una logica di pace dovrebbero estinguersi, quanto meno ridursi ad entità amministrative

Questo dovrebbe diventare un piano politico per la pace; ma occorre che si formi una vasta coalizione popolare di massa, che può nascere solo mettendo insieme le forze politiche, sociali, religiose coscienti di questo; i persuasi della nonviolenza, per dirla con Capitini, dovrebbero fare da innesco, da lievito di questa coalizione.

La posta in gioco è alta.

La nonviolenza deve diventare lo stile della politica del XXI secolo, l’alternativa è la barbarie, se non l’apocalisse.

 



venerdì 11 ottobre 2024

Bombe sull'ONU: ora tocca all'Italia

Nella sua foga di spargere guerra e distruzione ovunque, Israele, guidato dal signore della guerra Netanyahu, ha bombardato le postazioni dell'ONU in Libano, colpendo militari italiani.

Di per sé è ben poca cosa rispetto all'orrore che si è visto finora, ai 42000 e più uccisi a Gaza, agli ormai più di 1000 uccisi in Libano, ai circa 800 e più palestinesi uccisi nel solo ultimo anno in Cisgiordania da soldati e coloni israeliani, ed è ben misera cosa rispetto al massacro che il signore della guerra sta preparando in Iran; al momento non ci sono morti tra i "nostri" militari.

Forse un sussulto di dignità lo si sta avendo anche dal nostro governo e chissà che ai tanti fautori del diritto alla difesa israeliana non venga finalmente il dubbio che stanno esagerando e che tutto ciò non ha nulla a che vedere col diritto alla difesa.

Ma un pensiero mi è venuto in mente: truppe dell'esercito italiano, in missione per conto della più alta espressione della comunità internazionale, vengono attaccate, “deliberatamente” sostiene Crosetto, e secondo me ha perfettamente ragione; dunque l'Italia, Paese NATO è stata aggredita; bè non siamo nel famoso articolo 5? "l'aggressione ad uno degli alleati sarà considerata aggressione a tutti gli altri"; ma allora sto proponendo che la NATO attacchi Israele? no, assolutamente; non pretendo tanto, anche perché non credo in ogni caso alla risposta militare, neanche alle aggressioni; ma che almeno si risponda con qualche sanzione, che si proclami l'embargo di tutte le forniture militari ad Israele, fin quando non decida di rispettare l'ONU e si disponga ad accettare il cessate il fuoco a Gaza ed in Libano come richiesto da delibere del consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, e, a parole, dalla potenza guida della Nato, questo sì! 

Da un anno Israele sta seminando morte e terrore; questo lo può fare perché di fatto gode della certezza dell’impunità garantitagli dagli Stati Uniti. Israele dipende in tutto e per tutto dagli USA, sia per il sostegno economico, ma soprattutto per quello militare; armamenti, assistenza, protezione vengono forniti dalle forze armate americane; e se qualcuna delle vittime di Israele (per carità, non sempre si tratta di santarellini, in alcuni casi sono signori della guerra come Netanyahu, solo meno potenti), osasse reagire veramente, troverebbe gli americani contro. Se così non fosse, se veramente Biden o chi per esso, facesse anche solo balenare che l’appoggio americano non è incondizionato, difficilmente ci sarebbe qualcuno nel governo israeliano che oserebbe continuare a terrorizzare l’intero Medio Oriente.

Dunque non sarebbero neanche necessarie sanzioni se veramente gli Stati Uniti facessero sul serio.

Se non sono sufficienti le migliaia di morti fatti, l’attacco deliberato alle Nazioni Unite, e a Paesi alleati attraverso queste, non dovrebbe far meditare a tutto l’insieme dell’Occidente che Israele, finché sarà guidato da questo criminale rischia di mettere a repentaglio proprio quella sicurezza che si dice di voler difendere a tutti i costi?

giovedì 8 agosto 2024

6 agosto

 

Il 6 agosto del 1945 è una di quelle date che segnano la storia; l’arma atomica, usata in guerra per la prima volta contro la città di Hiroshima segna una svolta; non è un fatto solo militare, né si tratta di un ordigno particolarmente più potente di quelli usati fino a quel momento: è un’arma di concezione del tutto nuova, che non è progettata per colpire postazioni militari, ma civili, al fine preciso di distruggere un’intera città, e, con lo sviluppo successivo, una intera nazione, una civiltà; una vera arma di distruzione di massa.

Finita la guerra sotto l’ombra minacciosa del fungo atomico di Hiroshima e Nagasaki, con la guerra fredda parte una forsennata corsa allo sviluppo, potenziamento, costruzione delle armi nucleari. È chiaro sin dall’inizio che l’uso massiccio di queste armi in una ipotetica guerra tra le 2 superpotenze avrebbe potuto mettere a rischio l’esistenza stessa dell’umanità; per la prima volta l’uomo aveva la possibilità di distruggere la vita sulla Terra: un Prometeo al contrario.

Tutti gli anni questa data viene ricordata in diverse città del mondo da manifestazioni, veglie, presidi, non solo per una memoria, ma per una riflessione, un’assunzione di responsabilità, un impegno su quello che è il problema principe, e direi esistenziale, nel senso che da esso dipende la futura esistenza della civiltà umana: impedire che qualcosa del genere possa accadere.

I rappresentanti politici delle grandi e piccole potenze non ne sembrano invece coscienti.

A 79 anni da Hiroshima abbiamo circa 12500 bombe nucleari nel mondo, capaci di distruggere più volte l’intero pianeta. Di queste, 3900 sono dispiegate su vettori, ossia pronte all’uso; negli anni ’80 ce ne erano 60000; una situazione molto più pericolosa, a dimostrazione che attivare un processo di disarmo nucleare è possibile, solo che lo si voglia.

Gli Stati possessori della bomba sono 9: Russia, Stati Uniti che da soli ne posseggono 11000, Cina, Francia, Regno Unito, Pakistan, India, Israele, Corea del Nord (in ordine di quantità). Essi nel 2023 hanno speso, per mantenere i loro arsenali, 91 miliardi di dollari.

C’è stato un periodo in cui ce ne era anche un altro: il Sudafrica, che aveva ottenuto la sua bomba grazie all’aiuto israeliano; poi questo Paese ha smantellato il suo arsenale atomico; è un caso al momento unico di potenza nucleare che rinuncia volontariamente ad essere tale; è oggi un Paese menomato, senza più sovranità? Succube di altre potenze aggressive? Ha dovuto rinunciare alla sua difesa?

No.

E su questo bisognerebbe meditare.

Con 9 potenze nucleari, con una decima che è lì sulla porta, l’Iran, molte di queste coinvolte in conflitti tra loro, il mondo è sempre più in pericolo.

L’arma atomica continua ad essere usata come minaccia, non solo come deterrenza.

La deterrenza è basata sul terrore: io ho armi atomiche con cui posso distruggerti intere città, anche se tu sei più forte militarmente; dunque, non oserai attaccarmi, e viceversa: la mutua distruzione assicurata, che secondo alcuni ha evitato la terza guerra mondiale, secondo altri, tra cui il sottoscritto, ci ha semplicemente avvicinato all’apocalisse, mentre la guerra mondiale si è fatta (e si fa) per interposta persona.

Oggi l’arma atomica viene ripetutamente minacciata come arma tattica da usare in battaglie, nella convinzione, fallace, che questo ne comporti un uso limitato; più volte la Russia ne ha minacciato l’uso nella guerra in Ucraina.

Non esistono armi nucleari tattiche, si tratta di ordigni potenti quanto, se non più, di quelli usati a Hiroshima e Nagasaki; meno potenti di quelli detti strategici, ma lo stesso in grado di distruggere vasti territori, uccidendo centinaia di migliaia di persone, rendendo vaste aree inabitabili per tempi lunghi, rilasciando scorie radioattive che si possono spargere e fare vittime a migliaia di chilometri di distanza (e questa forse è la vera ragione per cui, nonostante le minacce, non sono state usate finora).

Le Nazioni Unite, spesso accusate di inerzia, in realtà si sono mosse, ed hanno prodotto un trattato, approvato da 122 Stati (su 195), ratificato da 70, entrato in vigore nel gennaio 2021, che mette al bando le armi nucleari. Oggi chi possiede le armi atomiche è fuorilegge, viola il diritto internazionale.

Il paradosso è che le potenze nucleari sono i veri stati-canaglia, e i loro alleati che ospitano le loro armi, tra questi l’Italia, i loro complici; ma questi bloccano qualsiasi decisione delle Nazioni Unite che possa avere efficacia.

C’è la legge, ma non possiamo applicarla, perché i delinquenti hanno il potere. Questa è la situazione istituzionale internazionale. Questa è la grave violazione della “politica internazionale basata su regole”.

Il coordinamento piemontese contro le armi atomiche, tutte le guerre e i terrorismi (A.G.iTe.) nacque nel 2017 a Torino proprio per sostenere questo trattato, chiederne al nostro governo la firma e la ratifica, seguendo quello che, secondo diversi sondaggi, è il volere della maggioranza degli italiani, con conseguente smantellamento delle 2 attuali basi atomiche presenti sul nostro territorio e divieto a portaerei e sommergibili nucleari di entrare nei nostri porti e navigare nelle nostre acque. Un vasto territorio al centro del Mediterraneo libero da armi di distruzione di massa, questo sì, sarebbe un bel segnale di pace.

Al nostro appello aderirono associazioni, organismi religiosi, istituzioni, enti locali di vario colore e di diversi orientamenti culturali, talvolta opposti, che ritennero, e ritengono tuttora, l’eliminazione delle armi atomiche una priorità su tutto il resto, tale da far mettere in secondo piano tutte le divergenze.

Il coordinamento ha poi esteso la sua missione contro tutte le guerre e i terrorismi, perché è lì che si annida l’origine di quel processo che poi arriva a giustificare e realizzare il possesso e l’eventuale utilizzo dell’arma atomica.

Sorge spontanea una domanda: è possibile immaginare l’eliminazione delle armi atomiche senza arrivare all’esclusione della guerra in sé come forma di relazione tra gli Stati? È possibile oggi, 2024, parlare di guerra per rispondere alle aggressioni, prepararsi alla guerra rinnovando e arricchendo i nostri arsenali, vedendo in ogni competitor un potenziale nemico da ridurre alla ragione “manu militari” se necessario, senza che questo porti logicamente al possesso e all’uso delle armi più potenti, quelle nucleari? Non dovremmo eliminare la guerra dalla storia come in molti sperarono dopo la fine della guerra fredda negli anni ’90? E questo dovrebbe avere come conseguenza la ripresa di quel progressivo processo di disarmo, mutuo e bilanciato sì, ma reso più efficace e spronato da qualche Paese che attui anche forme di disarmo unilaterale. Del resto, furono alcuni passi di disarmo unilaterale che scatenarono la corsa al disarmo e ai trattati che tra l’87 e il 92 portarono gli arsenali atomici a ridursi a ¼ e il mondo a godere di un cospicuo dividendo di pace.

Mi chiedo se invece che sostenere progetti di riarmo, aumento delle spese militari, sostegni armati a paesi in guerra, chiusura di frontiere e interruzioni di relazioni culturali e sportive, non sarebbe più coerente puntare sulla trattativa, l’amicizia tra i popoli, vero spauracchio dei dittatori; se non sarebbe più efficace diffondere una cultura della nonviolenza, studiare, ricercare, addestrarsi, attuare forme di resistenza civile non armata e nonviolenta.

Giovanni XXIII più di 60 anni fa, poco dopo che il mondo si trovò ad un passo dall’apocalisse, scrisse con lungimiranza che la guerra nel XX secolo, e a maggior ragione nel XXI secolo, è “follia”, “fuori dalla ragione”.

Ogni guerra, ogni conflitto armato, se portato avanti fino alle estreme conseguenze può diventare un conflitto nucleare, a maggior ragione laddove sono coinvolte potenze atomiche. Questa è la situazione in Ucraina, in Medio Oriente, tra India e Pakistan.

Il messaggio che io voglio lanciare è: siamo tutti indistintamente d’accordo, tutti ci impegniamo per l’eliminazione delle armi nucleari indipendentemente dalle altre nostre convinzioni, ma ricordiamoci che occorre essere altrettanto contrari a tutte quelle azioni che portano alla guerra, occorre sostenere azioni ed iniziative che vadano verso la diminuzione della tensione, verso la cessazione del fuoco; poi si cercherà l’attuazione di maggiore giustizia; non possiamo aspettare un mondo giusto per dire adesso non facciamo più guerre, perché prima di arrivare ad un mondo giusto le guerre distruggeranno noi.

Dobbiamo arrivare ad una comune accettazione a livello planetario che la guerra va bandita dalle possibilità; la legittima difesa non può, non deve contemplare la guerra.

È impossibile?

No, è possibile, è una libera scelta di tutti noi e delle autorità politiche.

L’alternativa è la fine dell’umanità.

giovedì 25 luglio 2024

Perché vincono le destre

Le recenti elezioni europee hanno mostrato uno spostamento verso destra dell’opinione pubblica
europea.
Non c’è stata l’onda nera temuta, e non è stata una valanga, e forse questo ha indotto alcuni, anche tra i movimenti, a cantar vittoria o quanto meno a tirare un sospiro di sollievo. E’ vero che poteva andar peggio, ma c’è poco da stare allegri; anche perché siamo in un trend che dura da almeno un decennio di progressivo esautoramento delle sinistre, sotto vario segno denominate, e di allargamento del consenso ad una destra, che, nelle sue differenze, potremmo definire un fascismo adattato al XXI secolo: autoritario, conservatore, tradizionalista, nazionalista; abbandonato il manganello, usa altri mezzi, non è liberticida come lo era quello del secolo scorso, ma è infastidito dal dissenso; soprattutto si è ben adattato alla forma esteriore tollerante, avendo compreso che per reprimere il dissenso, più che altro per impedire che possa diventare alternativa reale, non è necessario spaccare le teste, è molto più efficace “spegnergli il microfono”.
Riprendendo la metafora della valanga di destra, potremmo dire che non c’è stata, come non ci fu nel 2019, ma ci sono stati vari smottamenti del terreno, che pezzo dopo pezzo, modificano il quadro politico-sociale generale.
In questo contesto ci sono comunque segnali in controtendenza, al momento non in grado di ribaltare il significato del risultato generale; potrebbero essere anche indicazioni che una resistenza è possibile e che i germogli di un’inversione ci sono; come tutti i germogli, vanno curati e coltivati.
Fatta questa premessa, ho provato a dare alcune ragioni del perché oggi le destre, in Europa, come in Occidente (ma non solo) vincono e individuerei alcune ragioni immediate di questo consenso, ed altre strutturali; alle prime si potrebbe anche ovviare, rimodulando le politiche delle orze di sinistra, alle seconde no, occorre prenderne atto e lavorare per un più profondo cambiamento della società.
Vediamo le motivazioni più dirette
1) In un contesto che cambia in continuazione non ci sono più certezze. Il lavoro, l’economia, il welfare cambiano; il risultato è che si perdono molte delle condizioni e dei diritti che sembravano acquisiti. Molti cercano di opporsi; la domanda è: perché si affidano alle destre e non alle sinistre? Le destre, quelle definite sovraniste, sono finora state all’opposizione, fuori dalle stanze decisionali, anche se spesso solo apparentemente (basti pensare al caso nostrano della Meloni), mentre la sinistra, quella tradizionale, moderata, facente capo ai socialisti europei, per intenderci, è nella gestione del potere, soprattutto a livello europeo da ormai decenni; poco determinante nelle decisioni prese, ma sempre figurante tra il “potere mainstream”. Essa ha perso spinta riformatrice, rinunciato ad una sua visione, concentrata nella gestione amministrativa giorno per giorno, inseguendo spesso la destra nel suo terreno.
2) C’è un’insofferenza diffusa verso una vita regolamentata dall’esterno secondo regole a volte sensate e giustificate, ma più spesso assurde ed incomprese, e comunque viste sempre come un’imposizione esterna, un tentativo di intromettersi nella vita privata; e la commissione europea è bravissima a sfornare norme, codici di comportamento, protocolli su tutto, anche la misura delle zucchine; questo vale per il lavoro, l’economia domestica, la prevenzione sanitaria (le regole covid), le cosiddette norme “green”. Ovviamente questa insofferenza, non guidata da un pensiero razionale e consapevole, colpisce a casaccio, e fa di tutta un’erba un fascio, criticando norme giuste e necessarie ed altre del tutto ingiuste ed inutili, e spesso dannose.
3) La globalizzazione ha generato paura, sconvolto le vite quotidiane di tante persone; la risposta è un cercare rifugio nella propria identità, vera o presunta, di qui una mentalità conservatrice. 

4) Rifiuto dei migranti, visti come importuni e additati come responsabili dei propri guai.
5) Rifiuto del “politically correct”, visto come forma invasiva che pretende di stravolgere stili di vita e cultura. Viceversa, una sinistra che ha perso i propri valori storici, si è buttata su questi facendone una bandiera.
6) Antipolitica imperante: solo per rimanere in Italia sono ormai decenni, almeno dagli anni ’90,
che giornali, intellettuali, imprenditori, gente dello spettacolo battono sul tasto dei politici
tutti corrotti, sporchi; e non c’è assolutamente bisogno di aspettare i 5stelle; Pannella fu il
precursore, Berlusconi sull’imprenditore di successo contro il “teatrino della politica” ha
costruito il suo successo. C’è da meravigliarsi se dopo questa intensa campagna quasi senza
contradditorio la gente si sia allontanata dalla politica ?
Ci sono poi motivazioni più profonde, strutturali, che hanno portato a creare un humus su cui
ideologie e proposte di destra crescono meglio di altre.
1 L’attuale democrazia rappresentativa e lo stato di diritto sono la risultante, sempre in
movimento e mai scontata una volta per tutte, della dialettica borghesia proletariato, che ha
dominato la vita politico-culturale dell’occidente, soprattutto europeo, degli ultimi 150/200
anni; insomma della lotta di classe, che però sembra essere stata vinta dagli altri. Il
proletariato da noi non esiste più, la classe operaia ha caratteristiche che secondo la
sociologia di un tempo si potrebbe definire piccolo-borghese; essa è diminuita
numericamente, ma soprattutto di importanza, i suoi partiti l’hanno abbandonata, ed essa si è
sentita abbandonata, ha perso coscienza di classe.
2) Il lavoro oggi è parcellizzato; la pandemia ha velocizzato un fenomeno già in atto; tendono a scomparire i grandi luoghi di lavoro, fabbriche, uffici di servizi, dove si incontravano centinaia e migliaia di lavoratori, dove ci si organizzava in sindacato, si discuteva di politica; mancano luoghi di aggregazione di massa, dai partiti ai sindacati agli oratori; oggi ci si incontra sui social, ognuno solo con sé stesso, illuso di parlare a tutto il mondo, in realtà in contatto solo con chi la pensa come lui.
3) Crollano le ideologie, con ciò di negativo ma anche di positivo che avevano; la cifra di oggi è l’individualismo; ogni istanza cooperativa fa fatica a marciare. Le ideologie, la politica, qualsiasi progetto collettivo, presuppongono il sentirsi popolo. Manca anche il senso religioso che spinge all’assunzione di responsabilità.
4) Un Occidente egemone, che aveva decretato la fine della storia, è incapace di mantenere il suo potere; si trova di fronte competitori, che, pur non essendo delle alternative sociali, ambiscono a condividerne il potere; pretendono, non senza ragione, di sedersi al banchetto del capitalismo e non da comprimari. Da qui nascono le guerre, per ora a pezzi, ma tendenti a unificarsi in una guerra mondiale di occidente contro resto del mondo. Essi, salvo eccezioni, non condividono la parte migliore dell’Occidente, lo stato di diritto, la liberaldemocrazia (men che meno la socialdemocrazia). Autoritarismo + capitalismo + sovranismo (a casa mia faccio quel che voglio): un modello per la destra moderna. E la Russia putiniana, conservatrice, dirigista, con la benedizione dell’ultra-costantiniana chiesa di Mosca, ne è una degna rappresentante: e questo ne fa un oggettivo polo d’attrazione per la destra. È questa cultura che sta attaccando la democrazia in occidente, non i carri armati russi. I rischi vengono dall’interno non dall’esterno.
Soluzioni ad oggi mancano, ma vanno cercate nell’ideale socialista visto come progetto per un
mondo solidale e cooperativo, nell’azione nonviolenta, nel pensiero di Gandhi.
Se il trinomio della destra è Autoritarismo, capitalismo, sovranismo, l’alternativa deve basarsi su partecipazione, economia solidale, mutualità, e, alla base di tutto bandire la guerra come mezzo di risoluzione dei conflitti. Ma questa parte è tutta da sviluppare.