Lo scorso 3 dicembre si mè svolto un convegno per ricondare i 70 anni di fondazione della sezione italiana del MIR - Movimento Internazionale della Roconciliazione.
Io ho svolto una relazione sul cammino ecumenico verso la nonviolenza e sulle prospettive future di questo percorso che riporto qui di seguito
Premessa:
Il Mir sorge e si
sviluppo nell’ambito ecumenico. In un’epoca in cui l’ecumenismo non aveva
quella generale accettazione da parte delle chiese di cui gode tutt’ora.
Era aspirazione di
piccolo minoranze in ambito cattolico, assente nel mondo ortodosso, un po’ più
diffuso in ambito protestante anche se ancora guardato con sospetto.
C’erano però
iniziative diffuse sul problema pace e guerra, un internazionalismo pacifista
Cristiano, soprattutto ad opera delle varie Peace Society era attivo dalla fine
del secolo XIX. Ci si chiedeva come era possibile che cristiani potessero
scendere in guerra contro altri cristiani, proclamando l’amore universale di
Cristo. Il socialismo aveva inventato l’internazionalismo proletario, il comune
interesse di lavoratori e sfruttati travalicava gli angusti confine nazionali
utili a mantenere lo sfruttamento.
Così anche i cristiani,
che la fratellanza universale aldilà delle nazioni l’hanno nel DNA, dovevano
arrivare al ripudio della guerra.
In questo humus,
crebbe e si sviluppò il MIR internazionale ossia l’Ifor.
Oggi l’ecumenismo è
celebrato da tutti come il percorso che interroga tutte le Chiese, ed in
quest’ambito un discorso particolare riguarda l’atteggiamento nei confronti
della guerra.
Dalla guerra
giusta alla teologia della nonviolenza
Praticamente tutte
le chiese nel ‘900 accettano la teoria della guerra giusta, formalizzata da S.
Tommaso d’Aquino nel ‘200, ma già elaborata da sant’Agostino in seguito al
sacco di Roma (410).
Ma dopo le 2
guerre mondiali, e soprattutto con lo sviluppo delle armi atomiche ci si pone
la domanda se possa ancora esistere una guerra giusta, visto che ognuna di esse
può evolvere in guerra atomica.
Il ‘900 oltre ad
essere il secolo delle due guerre mondiali, dell’olocausto (ce n’è stato più
d’uno in realtà) è anche il secolo di Gandhi, della pratica e della
teorizzazione della nonviolenza, non solo come filosofia, come concezione del
mondo, ma come metodo per ottenere giustizia senza ammazzare: e le chiese
cristiane non potevano restare insensibili.
Il MIR
internazionale ebbe la sua parte in questo cammino dalla “guerra giusta” alla
“teologia della nonviolenza”. Sin dagli anni ’50 Jean e Hidegard Goss iniziarono
la loro opera “di convinzione”, e trovarono alcune porte aperte. Poi col
Concilio organizzarono insieme ad altri, Lanza del Vasto, Dorothy Day, Thomas
Merton, una azione che oggi definiremmo di “lobbying” per ottenere un
riconoscimento dell’obiezione di coscienza, l’immoralità e dunque la condanna delle armi di distruzione di
massa (ABC), il riconoscimento della via nonviolenta come via evangelica.
Se guardiamo la
situazione ad oggi tutti e 3 gli obbiettivi possono dirsi sostanzialmente
raggiunti; il cammino però è stato lungo e si è svolto prevalentemente dopo il
Concilio. Un capitolo della Gaudium et Spes riguarda la questione pace e guerra
e lì c’è una apertura all’obiezone di coscienza come testimonianza (tenere
conto che solo 10 anni prima, nel dibattito che si era sviluppato in Italia al
seguito del processo a Pietro Pinna era stata bollata come scelta coraggiosa ma
da non seguire), la condanna dell’uso, ma non della deterrenza, delle armi ABC.
Nel ’63 era però
uscita la Pacem in Terris, pietra miliare di questo cammino, dove la guerra
viene definita folle (alienum est a ratione), concetto che andrebbe ribadito
oggi a tutti coloro che pensano che la guerra sia l’unico strumento per
ripristinare giustizia).
Il movimento
ecumenico, che dal 1948 ha uno strumento il consiglio ecumenico delle chiese,
che riunisce la maggior parte delle chiese protestanti ed ortodosse e la chiesa
cattolica, che non è membro effettivo, ma collabora ai lavori, ha anch’esso
fatto passi Avanti, ed ha contribuito a questo cammino della Chiesa cattolica.
Altra pietra
miliare nel cammino ecumenico verso la pace è stato l’incontro di Basilea,
prima assemblea ecumenica europea tenutasi nel Maggio 89 (toh pochi mesi prima
della caduta del muro) a cui parteciparono cattolici, protestanti, ortodossi
sui temi di pace, giustizia salvaguardia del creato (il programma del mir), a
cui seguirono quella di Graz, Sibiu, mentre nel 2013 a Busan, in Corea del Sud
l’assemblea del WEC definisce in un documento la via per una pace giusta,
ribaltando la teologia della guerra giusta in quella della pace giusta.
Tutto questo
cammino abbiamo cercato di descrivere io e Ilaria Ciriaci nel libro “guerra
pace e nonviolenza” uscito nel 2015 per le edizioni paoline.
Oggi abbiamo le
numerose prese di posizione di papa Francesco, che ha continuato quel cammino
fino ad arrivare a prefigurare una teologia della nonviolenza. Il Vaticano è
stato uno dei primi stati ad aver ratificato il Trattato ONU che mette al bando
le armi nucleari, ha dedicato la giornata della pace del 2017 alla nonviolenza,
e si spende per la pace in ogni dove con grande passione ed intelligenza. L’insegnamento di papa Francesco va proprio
in direzione della ricerca di un nuovo modo di concepire le relazioni
internazionali, favorendo tutte quelle azioni che cercano di ristabilire
giustizia, perché sappiamo tutti che non ci può essere pace senza giustizia,
con i metodi della nonviolenza, lottare senza uccidere, ribellarsi senza
distruggere, giacché sappiamo altresì che senza pace non c’è giustizia
Le sfide
dell’ecumenismo oggi.
Oggi si parla
ormai di inter-religiosità, non solo più di ecumenismo. Lo stesso IFOR si
definisce movimento inter-religioso, travalicando l’ambito Cristiano. E’ ovvio
che questa attività interreligiosa non può toccare il contenuto diciamo
dogmatico della fede che rimane distinto e come tale va rispettato, ma
l’attività. Qualunque sia il nome con cui preghiamo Dio, o semplicemente la
nostre risposte che diamo alle domande “ultime”, tutti però dobbiamo
riconoscerci come fratelli e sorelle, rispettare il diritto sacro alla vita di
ciascuno di noi, e cercare le vie per gestire questa difficile convivenza tra
ormai 8 miliardi di persone senza uso di violenza, di morte data, e dobbiamo
iniziare col bandire la guerra dalla storia, a cominciare da quele micidiali
armi in grado di distruggere la Terra, annullando la Creazione di Dio.
Documenti ce ne sono
stati tanti, ma i problemi iniziano quando si scende alle scelte concrete nel
loro contest specifico.
Ecco che oggi
assistiamo all’assurdo che una guerra tra Stati provoca una guerra tra chiese.
Abbiamo ascoltato le parole del patriarca di Mosca Kirill a sostegno della guerra;
neanche un accenno, un invito almeno ad evitare i fatti più cruenti, molti di
noi sono rimasti inorriditi; e gli attacchi al papa, anche da parte di alti
prelati della chiesa Greco-cattolica (Uniate) di Ucraina per i suoi gesti di
riconciliazione come quando alla via Crucis ha chiesto ad una famiglia ucraina
ed una russa di portare la croce.
Sembrano passati
secoli dall’incontro di Basilea.
Eppure occorre
rivitalizzare quel cammino ecumenico, proprio perché attraverso quello possiamo
far breccia nei sentimenti eccessivamente nazionalisti di alcune chiese;
soprattutto facendo attenzione a rispettare le convinzioni reciproche, ma tra
cristiani non bisognerebbe mai ricorrere alla guerra.
Nell’attività del
movimento pacifista forse occorrerebbe fare uno spazio per cercare contatti
parlare incontrarsi con le comunità ortodosse senza cadere nell’errore che
spesso fanno gli occidentali (noi siamo occidentali) di voler insegnare agli
altri come comportarsi.
Associazioni come
la comunità di Sant’Egidio svolgono un compito preziosissimo nel curare i rapporti
con le alter chiese.
La ripresa del
cammino ecumenico per la pace sarà determinante per la ricostruzione di un
mondo distrutto dalla guerra attuale che non riguarda solo l’Ucraina.
Questo nella consapevolezza
che oggi le religioni non hanno più quella influenza sulle coscienza dei
popoli, ma costituiscono un punto di riferimento importante