martedì 2 giugno 2020

Frecce tricolori assembramenti e solidarietà



Il 2 giugno si concluderà a Roma il giro d’Italia; non quello dei ciclisti che eravamo abituati a veder sfilare di questi tempi, con gran concorso di folla, sconsigliabile ai nostri giorni; bensì quello delle frecce tricolari, gli aerei  (non i treni!), quelli che fanno le “bravate” acrobatiche, anch’essi però, con gran concorso di folla. Hanno iniziato giovedì scorso 25 giugno qui Torino, e con esse le polemiche sugli assembramenti, che fanno alquanto ridere, perché se tu fai lo spettacolo, poi non puoi lamentarti che la gente accorra a vederlo. Ed in effetti ci chiediamo se questo spettacolo fosse così necessario, in un momento in cui se anche ci sentiamo sollevati perché incominciamo a poter uscire e, soprattutto, si rafforza la speranza che il peggio sia passato, c’è poco da festeggiare. Ci dicono che questo giro sia stato fatto per legare con un nastro tricolore le principali città d’Italia in un vincolo di solidarietà. Siamo i primi ad essere convinti che di solidarietà oggi ce ne sia un gran bisogno, ma di quale solidarietà?

 Innanzitutto permetteteci di notare che di fronte ad una pandemia che colpisce tutto il mondo, dobbiamo veramente sentirci uniti e solidali tutti gli umani: non ci sono nazioni o popoli ognun per sé, ma tutti dobbiamo sentirci partecipi di un destino comune; da questa pandemia se ne uscirà insieme o non se ne uscirà; è un grande sforzo planetario, pacifico (non ci sono guerre da combattere, fronti da spostare, nemici da sconfiggere), in cui veramente dobbiamo sentire che la sorte di ognuno di noi è strettamente legata a quella di tutti gli altri: cinesi, americani, africani che siano. E se qualcosa questa pandemia dovrebbe insegnarci è che è necessaria più solidarietà, che la politica di potenza, la geopolitica degli stati sovrani non porterà da nessuna parte, e troppo si è speso e si spende per garantire una presunta sicurezza dei confini, del proprio stato, del proprio clan, spese del tutto inutili, che hanno solo sottratto risorse a quelle ben più utili per la sanità. Per affrontare e guarire dalla malattia virale occorre trasparenza, diffusione dei risultati delle ricerche e degli studi, abolire i segreti; chi non ha fatto così ha contribuito a rendere più tragica la situazione.

Non sono certo le frecce tricolori che hanno indebolita la lotta al virus, ma ci sembra del tutto inopportuno questa retorica nazionalista e questo giro (tra l’altro un giro molto inquinante e produttore di CO2 che non scordiamocelo, è il grande problema dell’umanità del XXI secolo).

Avremmo preferito gesti che richiamassero una vera solidarietà, innanzitutto la vicinanza a chi non ce l’ha fatta, ai loro cari, ma una gara a proporre e a realizzare azioni che possano rendere la nostra società più vivibile, sostenibile, ecologica; e poi non dimentichiamo la necessità di una solidarietà con chi si trova nelle ristrettezze economiche. Come giustamente si chiede all’Unione Europea uno sforzo  di risorse economiche, e ai Paesi più ricchi di condividere con tutta l’Europa, così vedremo se quando si tratterà di por mano ad una redistribuzione di risorse tra classi sociali, i più abbienti nostrani si comporteranno meglio dei loro “cugini” nord-europei.

Oggi si celebra la festa della Repubblica, un evento massimamente nonviolento: la libera espressione di un popolo attraverso il voto.

Raccogliamo l’invito alla solidarietà del presidente Mattarella e facciamo di questa la parola d’ordine della nuova Italia post pandemia

venerdì 1 maggio 2020

Primo Maggio: non dimentichiamo la festa dei lavoratori


Che strano questo primo maggio, il primo da quando fu indetto nel 1889, senza manifestazioni di piazza.
Innanzitutto un po’ di storia: esso non è nato come una festa o un evento musicale, ma come una giornata di lotta; venne indetto nel 1889 al congresso di fondazione dell’Internazionale socialista come giornata internazionale di lotta per ottenere in tutto il mondo le 8 ore di lavoro giornaliere. Esso fu il primo sciopero internazionale, il primo esempio di mobilitazione planetaria, quando non esistevano i social, le comunicazioni erano limitate e incominciavano a diffondersi i primi telefoni.
Dunque giornata di lotta e mobilitazione che andò oltre la rivendicazione delle 8 ore e si estese ben presto a significare il riscatto dei  lavoratori.
E’ solo in un secondo momento che venne proclamata festa del lavoro (in Italia nel 1947).
Oggi i tempi son cambiati, la “questione operaia” sembra essere passata di moda, l’antagonismo di classe bandito, e la “festa “ del primo maggio una celebrazione ricorrente che assume sempre più i toni di una liturgia da ripetere ogni anno.
Ma è vero che quei problemi son tramontati? Che lo sfruttamento dei lavoratori, l’accumulazione del capitale sulle spalle dei più poveri appartengano ormai alla storia salvo casi sporadici?
Non credo. Certamente nell’Occidente il problema dello sfruttamento non si pone più negli stessi termini di un secolo fa. Quasi tutti gli stati europei riconoscono de jure,  e, sostanzialmente anche de facto, il diritto di sciopero e di associazione sindacale;  abbiamo un “regime” di welfare che bene o male garantisce i diritti minimi dei cittadini. Il fatto è che questi diritti e questo welfare vengono spesso messi in discussione, e sono sempre più frequenti gli interventi legislativi di smantellamento, gabellati come riforme (in realtà si tratta di contro-riforme, come quella che in Italia ha tolto l’art 18 dello statuto dei lavoratori). A questo si aggiunga che il principale strumento per sostenere ilm “welfare” era quello fiscale; attraverso una tassazione fortemente progressiva esso funzionava da redistribuzione parziale del reddito dalle classe più abbienti a quelle più povere, permettendo di finanziare la sanità pubblica, l’istruzione di tutti i giovani, e tutta una serie di altri servizi che lo stato forniva a prezzi ribassati quando non addirittura gratis; oggi questo sistema è in via di smantellamento dappertutto; la tassazione è sempre più “flat” (aliquota unica il contrario della progressività e spostamento del prelievo fiscale dalle tasse dirette, quelle sul reddito, che ognuno paga in proporzione a quanto guadagna, a quelle indirette); di conseguenza i servizi pubblici subiscono tagli sempre più corposi, ridotti al minimo, e spesso privatizzati; le conseguenze di 30 anni di tagli alla sanità e della sua privatizzazione le abbiamo viste chiaramente in questi giorni di emergenza a cui il pur efficiente sistema sanitario italiano non ha saputo rispondere.
Oggi lo sfruttamento passa per altre vie che quella del lavoro salariato in fabbrica: il dato fondamentale è che il capitale, contrariamente a quanto previsto da Marx, può fare meno della “classe operaia”: l’automazione da una parte, e la parcellizzazione di una miriade di lavoretti pagati spesso in nero, di cui i “riders” o i call-center sono 2 esempi significativi, dove non c’è intervento sindacale, diritto di sciopero di fatto abolito, hanno non dico spazzato via, ma di fatto molto ridotto la popolazione operaia. Questo crea un tasso di disoccupazione molto alto, ben aldilà delle cifre pur drammatiche date dagli organi ufficiali, che fa si che un giovane è disposto a lavorare con paghe orarie da fame, senza alcuna garanzia per il futuro, e  senza prospettiva di pensione futura, rischi per la sua salute ed incolumità. Questo non è sfruttamento? Se poi ampliassimo lo sguardo al mondo non occidentale, quello che una volta si chiamava “Terzo mondo”, allora vediamo che lì non esiste spesso diritto di sciopero, men che meno di associazione sindacale, il welfare del tutto inesistente, i ritmi di lavoro del tutto paragonabili a quelli di 100 anni fa; e guarda caso è lì che si sta spostando il grosso dell’attività manifatturiera.
Oggi si aggiungono i problemi di questa pandemia da Covid19 con tutti gli annessi e connessi: ulteriore spinta all’automazione, spostamento di gran parte del lavoro intellettuale a casa ( e state tranquilli che da casa si lavora di più che in ufficio, perché a quel punto tutto diventa “a cottimo”). Potrà sembrare un dettaglio in un momento in cui la maggior parte della gente ha paura del contagio, ma questo obbligo di stare a casa, con conseguente impossibilità di manifestare, che si protrarrà nel tempo non si sa bene quanto, sposta ulteriormente la bilancia del potere da una parte.
Occorrerà vigilare a che l’emergenza non diventi  permanente, occorre riprendere le motivazioni del Primo maggio, giacchè la diseguaglianza tra classi sociali, che esistono eccome, e tra regioni del mondo è una delle grandi crisi che abbiamo di fronte, l’altra essendo quella ecologica.
Anche se costretti a casa, ricordiamo il Primo maggio, festeggiamolo rimettendo in primo piano i problemi del mondo del lavoro, per essere pronti a “continuare” l’impegno per un mondo più equo, più rispettoso dell’ambiente e della dignità umana.
La pandemia, che tanti danni sta facendo, in un modo o nell’altro passerà, le altre crisi citate sono invece strutturali e non passeranno se non si cambierà radicalmente il modello di società.

sabato 28 settembre 2019

Commento alle manifestazioni contro i cambiamenti climatici del 27 settembre

Partecipando alla bellissima manifestazione di ieri 27 settembre dei Fridays for future, ho respirato, finalmente, aria sana e pulita, una ventata di novità.
Devo ringraziare di cuore questi ragazzi, che stanno prendendo coscienza di quello che è IL problema che l'umanità deve affrontare: l'emergenza ambientale.
Innanzitutto li ringrazio, e la piccola e saggia Greta, che ha dato il via a questo movimento mondiale, perchè oggi ho fatto un salto nella mia giovinezza, di 40 anni indietro, quando tanti ragazzi e ragazze scendevano in piazza alla ricerca, forse ingenua, ma sincera, di rendere il mondo migliore, un'ansia e una voglia di partecipare, di essere protagonisti della propria vita, che non si vedeva da tempo e che sembrava essersi persa. Con una differenza, in positivo per i ragazzi di oggi, rispetto a noi di 40 anni fa: oggi il corteo era gioioso, non era tanto contro, quanto per, con una totale assenza di rabbia, di violenza, ahimè presente ai nostri tempi.
Grazie anche per aver messo in evidenza il tema dei cambiamenti climatici. E' più di un anno che l'aria di questo paese è ammorbata dalle discussioni sugli immigrati, sull'invasione, dalle urla sguaiate di chi semina odio e rabbia; se non fosse per altro, solo per questo questi ragazzi vanno encomiati. Finalmente questi cortei colorati ci riportano a discutere di cose serie, alla realtà del problema più grave che l'umanità ha di fronte.  E per affrontarlo occorre coesione tra tutti, non servono parole d'odio, siamo tutti nella stessa barca, anche quelli che negano che il problema esiste. Vi chiamano "gretini", ma non hanno capito che oggi il mondo si divide in "gretini" e cretini, per di più autolesionisti; e mentre i primi mettono in guardia dai problemi veri, forse lo fanno un pò ingenuamente, ma va bene così, purché ci si tiri su le maniche e si cerchino soluzioni, gli altri, i cretini, senza virgolette, schiumano rabbia per essere stati ripresi da una ragazzina di 16 anni, e non si capacitano del fatto che questa sta muovendo un movimento mondiale che rischia (speriamo) di mettere in secondo piano i loro falsi problemi. Per tutto questo, per la giornata di ieri, grazie Greta! grazie ragazzi di tutto il mondo che vi prendete a cuore il futuro di tutti.
Ma ora, dopo l'entusiasmo, viene il momento di agire. Eh si! Non saranno infatti i cortei anche di milioni di persone a invertire la rotta; anche se siamo tutti scesi in piazza, il Planpincieux, il ghiacciaio che sta crollando a valle spazzando via alcune borgate, continuerà a scendere, i ghiacci dell'artide e dell'antartide a sciogliersi, le temperature a salire con tutte le nefaste conseguenze, tra cui quella di rendere invivibile la terra a centinaia di milioni di poveracci che non hanno altra scelta che riversarsi a Nord, con buona pace di Salvini e di Orban.
Per invertire la tendenza occorrerà attivare il meglio dell'intelligenza umana, occorrerà studiare, ricercare, cambiare abitudini e stili di vita, e non sarà facile, ma bisogna farlo.
Occorrerà passare dagli slogan alle azioni concrete: siate coerenti, ragazzi, e pretendete coerenza, da tutti coloro che si stanno gettando sul carro ambientalista.
Va superato una volte per tutte il ricorso ai combustibili fossili, vanno incentivati i trasporti pubblici locali, le ferrovie sia per passeggeri che merci nei confronti di auto, tir, aerei; va finanziata la ricerca nelle università nei centri tecnologici, ma finalizzata al raggiungimento della liberazione dal fossile; occorre agire in fretta, ma con intelligenza e soprattutto occorre studiare. Se posso, le battaglie ambientaliste invece che contro i treni dovrebbero essere indirizzate a spostare il trasporta da gomma su ferro, e questo si può fare da subito, in alcuni Paesi (Svizzera, Austria) lo stanno facendo da tempo.
Occorrerà anche metter mano ad una redistribuzione delle ricchezze: alcuni Stati, classi sociali dovranno decrescere, altri crescere.
 Esiste comunque una attività industriale che è altamente produttrice di CO2, energivora, inutile e dannosa: si tratta dell'industria militare, un tabù anche nelle discussioni di questi giorni; e pensare che con un taglio anche solo del 5%, altro che tassa sulle merendine! E' possibile che a nessuno venga in mente di tagliare questo tipo di industria? Se ci si mettesse d'accordo a livello mondiale di procedere tutti insieme ad un piano di disarmo progressivo, avremmo un sicuro effetto sulle emissioni, un risparmio di risorse economiche notevole da investire altrove, ed un incremento della sicurezza internazionale.
I cambiamenti climatici sono già in corso, prendendo provvedimenti adesso si vedranno i risultati fra anni forse tra 1 o 2 generazioni, ma occorre cominciare, altrimenti anche questo movimento si squaglierà come i ghiacci del monte bianco,

e l'umanità continuerà a correre verso la sua estinzione.
Il cammino è lungo e difficile, ma questo movimento mondiale di ragazzi ci dà speranza anche a noi più anziani.

domenica 3 giugno 2018

Risposta ad un intervento di R. LaValle sulla formazione del nuovo governo

(Qui l'intervento originale a cui questa è una risposta)

caro raniero,
anche se non mi conosci sono un tuo estimatore da lunga data, seguo sempre con interesse i tuoi interventi sempre lucidi e puntuali e spesso mi trovo in pieno accordo, ma stavolta, mi dispiace, ma proprio non ci siamo.
Tu parli di ravvedimento operoso; questo è uno strumento grazie al quale il contribuente cerca, pagando subito, di evitare di dover pagare più avanti una multa salata: non ha nulla, intendiamoci, a che vedere col ravvedimento "morale". Anche in questo caso l'allegra compagnia Salvini-Di Maio si è resa conto del madornale errore commesso ed è corsa ai ripari per evitare di pagare prezzi salati più avanti. E' mia convinzione che il ravvedimento sia avvenuto proprio perché questi coraggiosi combattenti che dicevano di dare l'assalto all'Europa, spezzare le reni alla Germania, mettersi contro i mercati ecc. al primo "starnuto" del famigerato spread si son fatti prendere dal panico. Hanno avuto paura che le cose si stessero facendo tremendamente serie, ed andare ad una campagna elettorale in questa situazione poteva essere molto pericoloso; dunque anche qui non c'è nessuna rivolta contro la finanza, siamo ben lontani da quel cercare di rimettere la politica sopra l'economia di cui tu parli, e che condivido pienamente.
Mattarella ha esercitato un potere che gli è garantito dalla Costituzione, che i suoi predecessori hanno esercitato numerose volte, la novità era che in tutta la storia repubblicana i presidenti incaricati hanno sempre accettato di discutere la lista coi ministri, per la prima volta abbiamo assistito ad un diktat, non del presidente incaricato, ma dei capipartito. Non Mattarella ha impedito la formazione del governo ma Salvini e Di Maio si sono rifiutati di formare il governo. Se avessero fatto domenica scorsa quel che poi han fatto dopo, risparmiandoci questo teatrino che ci ha coperto di ridicolo di fronte al mondo intero, il governo sarebbe partito tranquillamente.
Ma il punto che secondo me è più importante e drammatico è il carattere eversivo di questo governo. L'ideologia di fondo, il marchio di fabbrica è quello leghista, di una concezione che costruendo sulle paure, artatamente esagerate, della gente, insegue un nazionalismo pericoloso, rompe il principio di solidarietà, combatte l'Europa non per renderla più democratica, ma per romperla trasformandola in un insieme di nazioni sovrane in lotta tra loro, uno scenario da paura, perché questa era la condizione dell'Europa tra Ottocento e Novecento, e cosa si genera da quell'humus l'abbiamo già visto.
Non serve ribattere che è l'attuale classe politica che guida l'UE a rendere le cose difficili, favorire la rabbia della gente, negare spazio alla politica vera, alta. Tutto ciò è verissimo, ma il rimedio non può essere peggiore del male.
Non vedo perché aspettare a dare un giudizio, cosa intendono fare l'hanno detto e scritto con chiarezza. Dobbiamo invece cercare di capire perché il clima culturale tra la gente si è così deteriorato, perché manca una visione che critichi il sistema per migliorarlo, renderlo più e non meno solidale. Ma non possiamo sdoganare il pensiero xenofobo e securitario, solo perché ci illudiamo che strada facendo saranno un pò meno rudi di quel che finora han proclamato.
Quanto al M5S anch'io, pur non avendolo mai votato, mi ero illuso che potesse portare una ventata di genuinità e di cambiamento, potesse essere lo strumento attraverso cui una nuova politica, vicina ai bisogni degli ultimi e dei penultimi potesse farsi strada. Dobbiamo ammettere la delusione, forse già prevedibile dai pessimi inizi: sui "vaffa" non si costruisce niente.
Invece che attendere che i disastri annunciati nel programma si avverino, dobbiamo iniziare sin d'ora a ripensare ad una opposizione, giacché questa non sarà certo data da un PD in liquefazione responsabile almeno al 50% del disastroso esito attuale. Dobbiamo ricostruire una cultura prima ed una politica che metta la solidarietà tra le persone, la giustizia sociale, la pace e la salvaguardia dell'ambiente (di questo nessuno parla più da un pezzo) come i suoi principali obbiettivi.
Riuscire a costruire una alternativa che dia ai milioni di elettori ex di sinistra che si sono rivolti ai 5stelle la possibilità di essere meglio rappresentati.
Paolo Candelari

lunedì 16 aprile 2018

Siria: due parole per capire e qualche proposta

Dunque ci risiamo.
Come in Irak 1991, Kossovo 1999, Afghanistan 2001, Irak 2003, ecc, ecc. l'elenco potrebbe continuare a lungo: la provocazione di qualche tiranno, la "comunità internazionale" (ma quale comunità?) che si scandalizza e non può restare silente, gli Usa con i fidi alleati UK e Francia, che partono, missili in resta, ed eseguono la punizionei.
In realtà siamo in presenza dell'ennesimo sviluppo di questa dannata terza guerra mondiale a pezzi, che in una spirale sempre più tragica e pericolosa, non si riesce a fermare; e quella siriana, che ne è uno dei pezzi più grossi, dura ormai da 7 anni, con più di 500.000 morti e 2 milioni di profughi. Questi missili aiuteranno il popolo siriano? Assolutamente no! E' la risposta sbagliata che otterrà l'effetto opposto.
Intendiamoci: per Assad non ci sono giustificazioni: si tratta di un dittatore, anzi di un tiranno sanguinario, che non ha mai esitato a usare il massimo della violenza possibile per mantenere il suo potere ed un regime corrotto che nega la libertà. Gli oppositori, ben prima dell'inizio della guerra civile, venivano arrestati e torturati; su questo esistono testimonianze inconfutabili; alcuni li abbiamo conosciuti personalmente perchè vennero a parlare cercando solidarietà da noi.
La narrazione, sposata in maniera del tutto acritica e senza alcun rispetto della verità anche da ampi settori del movimento per la pace, secondo cui prima del 2011 in Siria c'era uno Stato di diritto, tutti vivevano in pace e senza contrasti e che le rivolte sarebbero opera della Cia è falsa.
Le primavere arabe del 2011 sono state un movimento popolare, sia in Tunisia, da dove erano partite, che negli altri Paesi. Si trattava di movimenti spontanei che han colto di sorpresa sia le classi dirigenti arabe che le cancellerie occidentali. In Siria alle manifestazioni pacifiche che chiedevano più libertà Assad ha risposto inviando l'esercito a sparare ad altezza d'uomo; il moviemnto si è radicalizzato e molti han pensato di ricorrere alle armi. E' a questo punto che la parte più democratica e civile del movimento è stata sempre più marginalizzata mentre han preso la mano fazioni e gruppi fondamentalisti e semplici briganti, finanziati e armati da Turchia ed Arabia saudita e dall'Occidente, che ormai da tempo non vede altra soluzione a qualsiasi problema che la risposta armata. E' stato così in Kossovo e così in Libia, Siria e tutto il Medio Oriente.
E' a questo punto che la protesta è degenerata ed è diventata guerra civile di tutti contro tutti, favorendo il prevalere dei peggiori sia da una parte che dall'altra.
Assad porta dunque la responsabilità principale della guerra civile, su questo non ci sono dubbi.
L'intervento della Russia è finalizzato al perseguimento di una politica di potenza imperiale, né più né meno che quello degli Stati Uniti,
Un movimento per la pace queste cose dovrebbe dirle con chiarezza e non schierarsi d una parte in odio all'altra. Che figura ci fa di fronte ai movimenti di opposizione civile non solo in Siria ma in tutto il Medio Oriente, sostenendo, anche se solo a parole, una dittatura quale quella di Assad e tacciando tutti i ribelli senza distinzione, come agenti al soldo della Cia?
Detto questo però non c'è dubbio che l'azione dell'Occidente guidato dagli USA e da Gran Bretagna e Francia sia stata semplicemente demenziale, aggrressiva, di nessun aiuto a chi relamente aspira alla giustizia ed alla libertà. Si sono sostenuti i peggiori fondamentalismi oscurantisti, si nega qualsiasi appoggio ai Palestinesi, unico movimento popolare non (ancora) egemonizzato dai fondamentalisti, si fa dell'Arabia Saudita (un'ISIS di successo) il perno delle proprie alleanze.
E che dire del permesso di "annientamento" dei curdi del Rojava dato al sultano Erdogan? Pensare che quello del Rojava è l'unico territorio dove si pratica un'ampia democrazia, senza discriminazioni religiose, raro esempio di governo laico da quelle parti. O forse è proprio questo che da fastidio!!
Non che i russi si siano scomodati tanto per difendere i curdi, venduti sull'altare del nuovo alleato Erdogan.
Una politica fallimentare quella dell'Occidente, che qualsiasi persona dotata di raziocinio direbbe da cambiare.
I bombardamenti dell'altro giorno sono invece sulla stessa linea di sempre: colpire "vigliaccamente" dall'alto seminando morte e distruzione, lasciando poi che i vari eserciti  locali  sul campo (meglio sarebbe definirle "bande") si scannino tra loro.
Un'azione di aggressione, utile solo ad alzare ulteriormente la tensione, fatta al di fuori di qualsiasi legalità, che solo l'ONU può garantire. Ma anche qui forse è proprio l'autorità dell'ONU che si vuol colpire.
Anche ammesso che l'attacco coi gas ci sia stato e sia stato ordinato da Assad, non spetta agli USA da soli ergersi a gendarmi e giudici del mondo.
Se non si riporta l'ONU al centro, se le grandi potenze, USA e Russia in primis, non si rendono conto che solo riattivando la diplomazia si potranno evitare conflitti pericolosissimi in futuro, la terza guerra mondiale a pezzi continuerà imperterrita e prima o poi l'incidente che porterà tutto fuori controllo arriverà.
E il movimento per la pace cosa può fare? Ben poco anche perchè è estremamente debole, ma alcuni obiettivi si possono perseguire.
Innanzitutto ribadire il no alla guerra "senza se e senza ma": la guerra è sempre "avventura senza ritorno". Questo no va ribadito, urlato in tutte le piazze, le istituzioni, i parlamenti; guai dare l'impressione di essersi ormai assuefatti a questa guerra permanente, tanto le nostre proteste non servono.
Pretendere dai partiti e dai politici che avevano promesso politiche di pace il rispetto di queste.
In particolare va sostenuta e messa in atto la mobilitazione proposta dalla rete della pace: esporre le bandierebdella pace, indire presidi in tutte le piazze disponibili.
Va rafforzata la campagna per il disarmo atomico, spingere il nuovo governo a firmare il trattato ONU del 7 luglio: che l'Italia sia di esempio una buona volta.
Le basi in Italia devono essre indisponibili ad azioni di guerra.
In queste ore e in questi giorni c'è in atto una spaventosa pressione per ottenere l'adesione acritica dei partiti all'atlantismo, principale destinatario il M5S, che sta dando segni di cedimento. Noi dobbiamo esercitare una altrettanto forte pressione per ribadire che la fedeltà deve essere innanzitutto all'art 11 della Costituzione: è non ratificando il trattato ONU che si è fuori della legalità internazionale. Io ritengo che la NATO doveva sciogliersi sin dal 1991, ma anche ammesso che debba rimanere e che per ora non sarebbe prudente mettere in discussione le alleanze occidentali, che sia alleanza e non vassallaggio!
Infine andrebbe ricercato un coordinamento internazionale di chi lotta per la pace e la giustizia col metodo della nonviolenza.
Dobbiamo ribadire e praticare la solidarietà con chiunque si batte contro la dittatura, per la libertà e la giustizia; senza chiedersi preventivamente se è amico o nemico dell'America.
"Dovunque è uno sfruttato, là troveremo schiere di fratelli" recita un vecchio canto ottocentesco; questo dovrebbe essere il motto del movimento per la pace,

sabato 31 marzo 2018

Appunti sulla Pasqua


Ogni anno ci ritroviamo in questa settimana che viene detta santa, a ripercorrere il cammino di Gesù. Nella nostra società consumista e distratta, è quasi un inciampo: il mercato non è riuscito a coprirla di eventi commerciali come il Natale, come fa con quasi tutte le feste, religiose o laiche che siano. Ci sarebbe da chiedersi come mai. Essa rimane come occasione per ricordarsi di una storia di dolore e di gioia che ha dell’incredibile.
In questa strana settimana si toccano i 2 estremi: il dolore più profondo e la gioia più grande. Si parte da un trionfo direi umano, politico quasi: l’entrata in Gerusalemme (domenica delle Palme) è il successo umano che pur è presente nella vita di Gesù e degli umani; è anche la parte più comprensibile, razionale: Gesù predica un messaggio di pace e di amore, rivela i segreti per vivere felici, la gente capisce, lo riconosce come un saggio, non un ciarlatano in cerca di realizzazione per sé, né un moralista cupo e ipocrita. E’ il Gesù forse più accettato, il saggio da mettere vicino ai saggi di cui la storia umana è, per nostra fortuna piena.
Ma poi viene il dolore, la passione, lo scacco, la morte. Ho meditato in questi giorni su quanto stridente doveva essere il contrasto tra gli apostoli, che, galvanizzati dal successo “popolare” delle palme si accingevano a festeggiare la pasqua ebraica, la principale delle feste, la liberazione del popolo dalla schiavitù; e la tristezza di Gesù che sapeva cosa lo aspettava di lì a poco. Dal racconto dei vangeli traspare che gli apostoli non capivano il perché delle preoccupazioni del maestro. L’ultima cena, che nell’arte e nella letteratura, come nella considerazione popolare di sempre, è vista come un momento triste, l’addio, in realtà dovette essere una gran baldoria in cui solo due persone erano tristi: Gesù che, appunto, sapeva che quella era l’ultima cena, e Giuda, che già aveva deciso il suo tradimento.
Ma di qui inizia una storia di dolore, in una spirale drammatica e tragica, che si conclude con lo scacco finale e la morte. Anche qui siamo nel comprensibile umano: il martirio dei giusti, lo scatenamento della furia violenta degli uomini impazziti (o troppo calcolatori!) fa parte, ahimè, della storia, anche recente. Milioni di uomini lungo 2000 anni si sono riconosciuti in Gesù: le celebrazioni della Croce sono tra le più diffuse e sentite nel popolo cristiano, soprattutto nel basso popolo, quello abituato a subire; sentire un Dio, che è uno di noi, che patisce come noi, è, secondo me, una delle ragioni principali della presa del cristianesimo nell’animo popolare. Al tempo stesso, però, è qualcosa che fa scandalo, non nel senso che si da solitamente alla parola, ma nel senso che è fuori dalla comprensione razionale, dal pensiero normale. Un Dio che ha promesso libertà e salvezza per tutti, preso da molti, sicuramente da quelli che la domenica prima erano accorsi ad osannarlo per la strada, come un liberatore, nel giro di pochi giorni viene torturato ed ucciso. Ma come? Non è l’onnipotente? Perché si lascia torturare ed umiliare, perché non reagisce? Perché non scende dalla croce e dà una lezione a quei “bastardi”! Io non credo che chi gli chiedeva di scendere lo facesse per insultarlo, quanto per sollecitarlo: libera te stesso (e anche noi!): è il grido che lo stesso Gesù, rivolge al Padre: Dio mio, dove sei? Perché mi hai abbandonato? Quando stavo male? Quando vedevo le persone a me care soffrire? Quando ero in crisi, o lo erano le persone a me vicine e non sapevo come aiutarle? Dov’eri Dio? Perché ti sei nascosto? Tutti hanno avuto momenti come questi, anche i più fermi nella loro fede (recentemente, nelle varie rievocazioni della vicenda del rapimento di Moro è stato ricordato come Paolo VI pubblicamente “rimproverò” Dio: “le nostre preghiere non sono state ascoltate”). Sono bestemmie? No. Sono reazioni umane, perché Gesù stesso le ha avute (“Dio mio, perché mi hai abbandonato”), e dunque le ha santificate.
Il venerdì santo è il giorno della passione, della sofferenza, ma ancora della lotta, della segreta speranza che alla fine Dio ribalti la situazione, che, come in un film americano, anche solo contro tutti il buono vinca. Ma questo succede solo nei film.
Il sabato è il giorno più triste della storia umana. La più grande speranza che sia stata mai offerta all’uomo, con fatti che lasciavano presagire il meglio (prodigi, guarigioni, persino un risorto), si ribalta nello scacco totale. Il corpo inanime, tirato giù dalla croce, su cui anche Maria, che pur doveva ben sapere che non finiva lì, pianse amaramente, rappresenta la fine di tutto. La natura, la creazione ha fagocitato il suo creatore. C’è un bellissimo passo di Dostojevski, ne “L’idiota”, che descrive magistralmente questa assurda situazione.
Ma fin qui siamo ancora nell’umano, nel razionalmente spiegabile: Gesù era un saggio, un profeta, attirava a sé le folle, ma nel suo amore per la verità, nel suo dire la verità al potere, si era attirato l’antipatia dei potenti; il contesto politico di allora, il complesso equilibrio tra potere romano, sinedrio, popolo insofferente, la paura che la sua predicazione suscitasse “derive terroristiche”, insomma tutto questo fa si che si proceda alla sua eliminazione. Non fu la prima né certamente l’ultima volta che uno schema di questa genere si realizzò.
Poi viene la parte più straordinaria, incomprensibile, quella senza cui la Pasqua non sarebbe Pasqua, noi cristiani saremmo “da commiserare più di tutti gli uomini” (I Cor. 15,19) e “vana” sarebbe la nostra fede. La Resurrezione, fatto straordinario su cui la società moderna ha difficoltà al solo parlarne. Anch’io mi sono chiesto più volte come questo sia potuto avvenire: veramente credo ad un fatto di questo genere? Si! ci credo, nonostante la scienza, la razionalità, l’istinto mi dicano il contrario.
Gesù è risorto veramente, questo è un fatto storico, avvenuto in un certo momento del tempo, anche se non dimostrabile scientificamente (con i mezzi oggi a nostra disposizione). La chiesa da 2000 anni proclama questo fatto, e in questa proclamazione sta tutta la sua giustificazione, nonostante i tradimenti, gli errori, le schifezze che uomini di chiesa hanno compiuto in questi 20 secoli.
La donne che tristi si stavano recando al sepolcro per dare sepoltura definitiva al corpo che era stato appoggiato lì provvisoriamente, segno evidente che alla possibilità di resurrezione non davano alcun credito, si sono trovate di fronte all’impossibile; sono così poco “credenti” che inizialmente non ci credono, poi la loro tristezza si tramuta in gioia. E quella gioia, quella fede, si trasmette ai pochi discepoli rimasti, impauriti, fuggiti in Galilea, e da lì giunge fino a noi.
Significativo che questo annuncio di gioia venga affidato a tre donne: la lieta novella parte dalle donne, un privilegio che ha suscitato non poche invidie da parte del “mio” genere.
Ogni Pasqua serve a ricordare anche ai più distratti l’onda lunga della gioia, il più grande dolore, la tristezza cosmica, lo scacco totale, che si tramutano nell’annuncio più gioioso, nella speranza più sublime. E questo annuncio è per tutti, anche per gli increduli, anche per i distratti, per chi è rimasto al sabato santo, per chi non riesce a superare il suo venerdì santo.
E siccome la morte rappresenta lo scacco finale, a tutto c’è rimedio fuorché alla morte recita un detto popolare, la resurrezione di Cristo ribalta tutto, invece no, anche ad essa c’è il rimedio. Ed oggi è festa per noi che viviamo e per chi ci ha lasciato: che ci abbiano creduto o no, Cristo è risorto anche per loro.
E’ strano: è la Pasqua più che il Natale la festa di tutti, perché la Pasqua è il destino di tutti, è l’invito rivolto a tutti, credenti e scettici.
Questi pensieri, meditati in questa settimana santa 2018, offro a chi le vuol leggere coi migliori auguri di
Buona Pasqua

Paolo Candelari, Torino 3 marzo 2018